sabato 20 agosto 2016

ODORI DI CITTA' DI SABBIA




     

   Eilat ha l’odore della paura. Strisciante. Come i kalashnikov  dei soldati sulla spiaggia, in piedi accanto ai turisti che prendono il sole.
Oltre il mare abbacinante, dove lo sguardo cerca orizzonti, sono ormeggiate le navi militari e le zaffate del catrame giungono fino a riva, sporcano la sabbia e convivono con i pesci tropicali.
Amo il deserto, più di ogni altro luogo, forse più delle nostre montagne fatte di rocce bianche crude che spaccano il cielo.
Il deserto è nudo: non ha bisogno di parole.

Saint-Malo è l’odore dei mari del nord e di rena. Di maree  che svuotano il mare al mattino e lasciano senza fiato i molluschi che  aprono le valve per respirare e buttano nell’aria il loro odore di pesce vivo.
E  le pietre delle mura della città sporcano le mani di rosso e di terra bagnata e la mente corre verso battaglie di navi e arrembaggi di corsari.  E vele che si gonfiano al vento  verso porti lontani.
E scogliere rivestite di erica  battute da venti che  spazzano qualsiasi altra vegetazione, e gonfiano i capelli e l’impermeabile e ti riportano al tuo odore.

Eilat è sotto assedio. Soffocata dal deserto del Sinai e dal Wadi Rum.  Eilat ha l’odore dell’illusione: della pace raggiunta, di un divertimento libero e sereno. Come i giochi dei delfini che  segui in acqua con un istruttore e che non riesci mai a toccare, sguscianti  anche se vicini e quando esci dall’acqua il deserto ti assale, prepotente con i suoi colori.

San Francisco ha l’odore delle sue morbidezze, delle sue colline. Delle stravaganze accettate. Dei cable car che sferragliano  verso il mare. Delle grida dei gabbiani che ti riempiono le orecchie. E dei profumi di Chinatown che dal cuore della città coprono la musica rap dei posteggiatori.
E poi i colori pastello delle case in collina e il rosso mattone del  Golden Gate.

Eilat è l’odore dei falafel  che compri in un botteghino bisunto vicino al porto e lo stupore dei ceci verdi del ripieno che ha il sapore di carne fritta. Il deserto ti respira attorno, silenzioso eppure consapevole, cosciente di averti già catturato.
Il venerdì sera la città si riempie degli israeliani che arrivano da Gerusalemme, da Tel-Aviv, da Haifa carichi di abbigliamenti vistosi, di lustrini e di parenti. Riempiono gli alberghi, le strade, i ritrovi notturni e  l’odore di festa e dei banchetti stordisce i turisti.
Eilat è salva, ancora per un weekend.
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Aigues- Mortes sa di sale e di colori forti e di contrasti. A due passi dalla palude, dai canali melmosi che navighi lungo rive piene di tronchi morti e carcasse di buoi, ti assale la marea rossa che si infrange addosso alle torri medioevali e infuocate di questa città- fortezza. E le narici si riempiono del fresco che respiri all’interno, la pelle si apre a questa frescura inaspettata all’ombra delle mura, degli alberi, dei cespugli, delle siepi. Gli occhi si innamorano del verde per la prima volta, con l’abbandono del primo amore.

A Eilat l’Intifada per ora non ha fatto morti. Ci sono stati è vero degli attentati, ma qui in questo lembo di città che ha paura di se stessa, tra due confini nemici, la sorveglianza è pressante e scrupolosa. A volte paranoica, soffocante.
« E’ solo questione di tempo, prima o dopo toccherà anche a noi» ci dice Aren, la guida che abbiamo conosciuto. E la sua voce  è un misto di rabbia e rassegnazione. E  lui che settimanalmente passa i confini e va in terra nemica, sa che non basta una palizzata a mutare il terreno. Che il deserto, in Egitto, in Israele o in Giordania, è sempre lo stesso. Sono solo gli uomini che gli hanno dato un altro nome, che hanno avanzato pretese, messo reticolati.  Hanno spianato autobus vuoti e li hanno allineati in fila ai check point, hanno costruito muretti di cemento per rallentare l’avvicinamento dei mezzi a motore, hanno messo posti di blocco a sorpresa controllati da uomini armati.
Ed Eilat  torna ad avere soprattutto l’odore della paura.

Douz  sa di datteri e di banane. E di sabbia che ti avvolge come la neve dentro una di quelle bocce di vetro che  compri come souvenir e che scuoti per far cadere. Douz è il deserto più leggero. Incredulo come un sogno, lattiginoso come un ricordo offuscato.
Credo di non avere nessun’ altra immagine così  trasognata come delle  stradine di Douz poco prima che il giorno diventi notte,  quando la sabbia  si solleva leggera, impalpabile e uniforme, riempie l’aria di meraviglia, arriva fino alle cime dei palmeti  senza violenza e non è nebbia, non è neve. E’ un mondo di latte irreale e sospeso, un sacco amniotico. E delle luci si accendono come stelle lontane e dilatano il biancore e scaldano il cammino.

“Oggi, 29 gennaio 2007 , un kamikaze palestinese si è fatto esplodere in un negozio di Eilat. Ci sono stati quattro morti e alcuni feriti”.

Autore: Luciana Buttignol


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